Dio non ha unità, come potrei averla io? E vabbe', faccio il blogger. Ne mando avanti - piuttosto male - una settantina. Li passiamo in rassegna? Eccoli. cordara (la liquirizia calabrese) laboratorio popolare di scrittura anti-creativa (già parzialmente dedicato a EMMEVUBI) bugiadri & fascio-leghisti l'ira della calabria il garantito Casa e putìga ti ricordi di ora esatta? practical politics the walking gallery Cercasi Relatore. il Martello delle Streghe Dexter e Sant'Anselmo failafila économie du langage Prendere il sangue. cantine renziane la strega (dedicato all'omonima pizzeria di Cosenza) La sécurité avant tout Spargisale (dedicato a Giorgio Massacra) raccontami la guerra used & confused The Martian Chronicles Stefano Ascente architetture parte di te Le malelingue repliche misicca chiudere in bellezza Linguaggi Pubblicitari La parola socialista Attiva Rende Postreet Turismo e legislazione turistica Posare per Proust metateca cosa accadde domani? Laborato...
(Edmond Jabès e Ferdinando Pessoa) Dio non ha unità, come potrei averla io? La poesia di Jabès della distanza è l'apoteosi. Per più motivi. Per più ingredienti. L'erranza, i rabbini, i1 libro, il deserto, il vento. Nella sua scrittura - come nella psicanalisi più riuscita - è riconoscibile “la sola testimonianza di che cosa sia cercare, nella prossimità, la traccia di se stessi, cercare, nella prossimità, la più grande distanza” (Ettore Perrella, Il tempo etico , p.16). “Una pagina bianca è un formicolio di passi sul punto di ritrovare le loro orme...Dov'e il cammino? Un cammino è sempre da trovare. Un foglio bianco è pieno di cammini...La distanza è luce, 1o spazio di tempo in cui tu penserai che non ci sono frontiere. Così, noi siamo la distanza. (...) Ciò che chiami “distanza” non è che il tempo di una inspirazione, di una espirazione. Tutto l'ossigeno indispensabile all'uomo è nei suoi polmoni. Vuoto è lo spazio della vita....
“Sappiamo tutti perché parli. Sei il ciuccio di McGlade.” Ciuccio era una parola strana. Il compagno dava quel nome a Simon Moonan (…) Ma la parola suonava male. Una volta Sthephen si era lavate le mani nel lavabo dell’Albergo Wicklow e poi suo padre aveva alzato il tappo per la catenella e l’acqua sporca era andata giù per il buco della vaschetta. E quando era andata giù tutta, lenta, il buco della vaschetta aveva fatto un suono così: ciuccio. Solo, più forte. Ricordare questo e il color bianco del lavabo, gli faceva sentir freddo e poi caldo. C’erano due rubinetti che si giravano e veniva fuori l’acqua: fredda e calda. Sentiva freddo e poi un po’ di caldo: e vedeva i nomi stampati sui rubinetti. Era una cosa molto strana. Anche l’aria nel corridoio lo gelava. Era strana e umidiccia. Ma presto avrebbero acceso il gas e questo bruciando faceva un rumore leggero come una canzoncina. Sempre la stessa: e quando i compagni nella sala da gioco cessavano di pa...
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